Le micotossine rappresentano una delle criticità più insidiose nella gestione degli insilati destinati all’alimentazione dei bovini da latte. Prodotte da diversi funghi, tra cui Fusarium, Aspergillus e Penicillium, queste sostanze sono chimicamente stabili e resistono a molti trattamenti fisici e chimici, rendendo complessa la loro eliminazione una volta entrate nella catena alimentare. Non sorprende, quindi, che la loro presenza nei foraggi conservati continui a essere un tema centrale per la sicurezza degli allevamenti e la sostenibilità economica delle aziende zootecniche.
Un tema approfondito in un articolo intitolato “Control of regulated and emerging silage mycotoxins” i cui autori – Carmelo Mastroeni, Alessandro Catellani, Valentina Novara, Marco Lapris and Antonio Gallo – sono tutti afferenti al Dipartimento di Scienze animali, degli alimenti e della nutrizione (DiANA) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Articolo già pubblicato e presente negli atti del convegno della XX International Silage Conference che si è tenuta a Gainesville in Florida (USA) nello scorso luglio.
La contaminazione degli insilati può avvenire in più fasi: già in campo, in funzione della specie foraggera e dello stadio di maturazione alla raccolta, ma anche durante il processo di insilamento e nella successiva fase di utilizzo. Parametri come il contenuto in sostanza secca, la lunghezza di trinciatura, le operazioni di riempimento e compattazione del silo e la rapidità di chiusura risultano determinanti per limitare lo sviluppo di microrganismi indesiderati e la produzione di micotossine. Una cattiva gestione può favorire l’ingresso di aria creando condizioni ideali per la proliferazione fungina.
I batteri lattici come alleati
Negli ultimi anni, particolare attenzione è stata rivolta all’impiego di inoculi batterici. I batteri lattici, protagonisti della fermentazione dell’insilato, possono contribuire non solo a migliorare la qualità fermentativa e la stabilità aerobica, ma anche a ridurre il rischio micotossine. Alcuni ceppi sono infatti in grado di inattivare o detossificare le molecole tossiche, limitando lo sviluppo dei funghi responsabili. Tra i generi più promettenti si segnalano Lactobacillus, Lactococcus, Pediococcus e Leuconostoc, anche se il dibattito scientifico resta aperto e le condizioni di efficacia devono essere valutate caso per caso.
La sicurezza dell’insilato passa però anche dalla gestione quotidiana in azienda. Residui di insilato deteriorato e di razione unifeed possono diventare serbatoi di batteri indesiderati, come Clostridium tyrobutyricum, con ricadute negative sulla qualità del latte e sulle performance produttive. La rimozione delle parti alterate dello strato superficiale del silo e la corretta pulizia del carro miscelatore sono pratiche semplici ma fondamentali per contenere questi rischi.
Il ruolo del monitoraggio rapido
Accanto alle buone pratiche gestionali, stanno emergendo strumenti innovativi per il monitoraggio rapido della contaminazione. Tecniche come la spettroscopia nel vicino infrarosso consentono di classificare gli insilati in base al livello di rischio, distinguendo tra micotossine regolamentate ed emergenti. Pur non sostituendo le analisi di laboratorio, questi approcci offrono un supporto decisionale prezioso per prevenire perdite economiche e tutelare la salute animale.
In prospettiva, la prevenzione resta la strategia più efficace. Dalla cura delle colture in campo alla gestione del silo, fino all’uso mirato di additivi e sistemi di controllo, la riduzione del rischio micotossine richiede un approccio integrato. Le future ricerche dovranno chiarire l’efficacia di nuovi prodotti in grado di sequestrare o inattivare le tossine più diffuse, incluse quelle emergenti, per garantire insilati sempre più sicuri e sostenibili per gli allevamenti moderni.
