Metano e allevamenti bovini: non serve ridurre gli allevamenti, ma migliorarli

Quando si parla di cambiamento climatico, gli allevamenti bovini vengono spesso indicati tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra. Ma la questione è molto più articolata di quanto raccontino gli slogan. Dietro il dibattito sul metano prodotto dalle vacche esistono infatti aspetti scientifici, economici, nutrizionali e ambientali che richiedono un’analisi più approfondita.
Secondo la FAO, il sistema agroalimentare globale produce circa 16,2 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2) equivalente all’anno, pari a quasi il 30% delle emissioni mondiali di gas serra. All’interno di questo quadro, il ruolo degli allevamenti è ancora oggetto di discussione scientifica: le stime oscillano infatti dall’8,8% fino a quasi il 20% delle emissioni globali, a seconda dei criteri utilizzati per il calcolo.
Uno dei principali elementi sotto osservazione è il metano (CH4), un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica; il metano ha infatti un potenziale di riscaldamento globale circa 25-29 volte superiore alla CO2, anche se bisogna considerare che il suo effetto climaterante è molto meno prolungato: circa dodici anni rispetto ai secoli in cui rimane attiva l’anidride carbonica. Ma cerchiamo di capire meglio la questione con l’aiuto del professor Erminio Trevisi, direttore del DiANA, il Dipartimento di Scienze animali, degli alimenti e della nutrizione dell’Università Cattolica che, insieme al suo gruppo di ricerca, da tempo studia il metano zootecnico e le strategie concrete per ridurlo, anche grazie al lavoro svolto al CERZOO, l’azienda agro-zootecnica sperimentale della Cattolica.

Perché le vacche producono metano
I bovini, come tutti i ruminanti, possiedono un sistema digestivo estremamente specializzato. Nel rumine – uno dei quattro “stomaci” dei bovini – miliardi di microrganismi degradano la cellulosa presente nei foraggi, permettendo agli animali di trasformare erba e sottoprodotti agricoli in latte e carne, alimenti ad alto valore nutrizionale per l’uomo.
Durante questo processo fermentativo si forma però metano, prodotto principalmente da particolari microrganismi chiamati Archea metanogeni. Oltre il 90% del metano enterico viene espulso attraverso eruttazioni. Il fenomeno non rappresenta solo un problema ambientale: dal punto di vista biologico è anche una perdita energetica. Si stima infatti che tra il 6% e il 10% dell’energia contenuta nella dieta venga dispersa sotto forma di metano. Nel mondo vengono allevati oltre 3,6 miliardi di ruminanti tra bovini, bufali, capre e pecore. Eliminare o ridurre drasticamente questi animali, come talvolta viene proposto, non sarebbe però privo di conseguenze.

Ridurre le vacche non è una soluzione semplice
Diversi ricercatori invitano alla cautela prima di proporre riduzioni massive del patrimonio bovino mondiale. Nei Paesi a basso reddito, ad esempio, gli allevamenti hanno emissioni molto più elevate rispetto ai sistemi intensivi moderni diffusi nei Paesi industrializzati. La differenza dipende soprattutto dalla minore efficienza produttiva: animali meno performanti, alimentazione meno equilibrata, gestione sanitaria più difficile.
Inoltre, molte aree del pianeta necessitano ancora di aumentare la disponibilità di proteine animali per contrastare malnutrizione e carenze alimentari.
C’è poi un altro aspetto spesso trascurato: i ruminanti utilizzano soprattutto cellulosa, una sostanza che l’uomo non può digerire. In pratica, le vacche trasformano erba, foraggi e sottoprodotti agricoli non commestibili in alimenti nutrienti. E ancora: eliminare i pascoli potrebbe favorire la conversione dei terreni in superfici coltivabili intensive, con ulteriore rilascio di CO2 e protossido di azoto (N2O), un altro potente gas serra.
Per questo motivo, la strategia oggi considerata più realistica non è la semplice riduzione del numero di bovini, ma il miglioramento dell’efficienza degli allevamenti.

Alimentazione, benessere animale e tecnologie digitali
Negli ultimi decenni i sistemi zootecnici dei Paesi sviluppati hanno già ridotto significativamente le emissioni. In Italia, ad esempio, le emissioni provenienti dai bovini sono diminuite del 15,6% dal 1990. Gran parte del risultato deriva dal miglioramento della gestione degli allevamenti: animali più sani, razioni alimentari più precise, maggiore produttività e utilizzo di tecnologie di monitoraggio continuo.
La cosiddetta Precision Livestock Farming utilizza sensori, software e sistemi automatici per controllare costantemente salute, alimentazione e comportamento degli animali. L’obiettivo è individuare precocemente stress e malattie, migliorando il benessere animale e riducendo sprechi energetici e uso di antibiotici.
Anche la qualità dei foraggi è fondamentale. Ridurre il contenuto di lignina – la componente più difficile da digerire delle piante – aumenta la digeribilità e migliora l’efficienza fermentativa del rumine. Tecniche agronomiche più avanzate, selezione genetica delle colture foraggere e sistemi di conservazione migliori consentono di ottenere una riduzione delle emissioni di metano compresa tra il 10% e il 15%.

Le sostanze che bloccano il metano
Una delle strade più studiate riguarda l’utilizzo di additivi alimentari in grado di interferire con la produzione di metano nel rumine.
Tra le sostanze più promettenti compare il 3-nitroossipropanolo, noto come 3-NOP. Questa molecola agisce bloccando specifici enzimi coinvolti nella metanogenesi. Studi sperimentali condotti anche su bovine alimentate con diete tipiche dell’Italia settentrionale hanno mostrato riduzioni delle emissioni fino al 48%.
Il 3-NOP viene oggi considerato uno degli strumenti più concreti per abbattere rapidamente il metano enterico. Tuttavia, restano aperte alcune domande sugli effetti a lungo termine e sulla risposta degli animali in differenti condizioni di allevamento. In alcune aziende danesi, ad esempio, sono stati osservati cali dell’ingestione alimentare e alcuni disturbi digestivi e metabolici.
Un’altra strategia si basa sull’utilizzo di alghe rosse marine, in particolare la specie Asparagopsis taxiformis. Queste alghe contengono bromoformio, una sostanza capace di inibire fortemente la produzione di metano. I risultati sperimentali sono interessanti, ma emergono anche criticità importanti: aumento del contenuto di bromo e iodio nel latte e possibili residui di bromoformio, composto considerato tossico per l’uomo.

Selezione genetica e vaccini anti-metano
La ricerca guarda anche alla genetica. Alcuni bovini producono naturalmente meno metano rispetto ad altri, e questa caratteristica sembra parzialmente ereditabile. Secondo gli studi disponibili, programmi di selezione genetica potrebbero consentire riduzioni delle emissioni comprese tra l’11% e il 26% nell’arco di dieci anni.
Più sperimentale appare invece la strada dei vaccini contro i microrganismi metanogeni. L’idea è stimolare il sistema immunitario dell’animale affinché produca anticorpi in grado di contrastare le Archea presenti nel rumine. Al momento, però, i risultati ottenuti sono ancora limitati.

La sfida futura: produrre di più emettendo meno
Il messaggio che emerge dagli studi più recenti è chiaro: il problema del metano zootecnico non può essere affrontato con soluzioni semplicistiche. Ridurre indiscriminatamente gli allevamenti rischierebbe di avere conseguenze economiche, nutrizionali e sociali molto pesanti.
La vera sfida consiste invece nel rendere gli allevamenti sempre più efficienti, sostenibili e tecnologicamente avanzati. Secondo diverse ricerche, la combinazione di migliori pratiche gestionali, innovazioni nutrizionali, selezione genetica e additivi anti-metano potrebbe consentire una riduzione complessiva fino al 60% delle emissioni enteriche nei sistemi lattiero-caseari intensivi.
Un risultato che, secondo gli studiosi, potrebbe permettere di conciliare sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e benessere animale, evitando contrapposizioni ideologiche e puntando invece su innovazione scientifica e miglioramento continuo.